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40 anni in una pagina

 

<<L'economia va a rotoli, la crescita ristagna, la miseria cresce, la guerra dilaga, le rivolte si diffondono. Il capitale internazionale impone agli stati manovre economiche "lacrime e sangue" per risanare i bilanci pubblici, suscitando in cambio la ribellione del proletariato e delle mezze classi rovinate. L'Italia, il capitalismo più antico del mondo, è praticamente in vendita.>>

(n+1) - http://www.quinternalab.org/teleriunioni/317-e-la-volta-di-occupy-hong-kong )

Anni Settanta . Le BR, Prima Linea ed altri gruppetti progettano attentati contro uomini politici e imprenditori. Intendono con ciò dare una svolta “rivoluzionaria” al paese, per chiarire ai proletari di cui pensano di essere la punta avanzata – e per ora inascoltata – l’impossibilità di conquistare condizioni migliori di vita senza lottare per prendere il potere, con la lotta armata e la militarizzazione dello scontro sociale. Vengono indicati come terroristi.

Uccidono per ora singoli individui, rappresentanti delle aziende e dello stato.

 La risposta tarda a venire ma sarà fortissima. Inizia la Fiat con un sapiente uso dei mass media ( la classe dominante indirizza le reazioni dell’opinione pubblica - che ha visto le strade insanguinarsi per anni),  contro i lavoratori più combattivi. Si decide a ottobre 1979 di rappresentare sui giornali e le Tv la cacciata di 61 indesiderabili..

Accusati subito di essere fiancheggiatori in fabbrica del terrorismo, vengono additati genericamente di infedeltà ai principi dell’azienda: il pretore sentenzia che il licenziamento è nullo e allora la Fiat li licenzia di nuovo con delle motivazioni individuali. Nessuno rientrerà in fabbrica. Intanto si scatena il dibattito nel paese, il sindacato è diviso, il PCI complice nella individuazione dei “61”. Il tam tam mediatico dura mesi, intanto si sono progressivamente interrotte le azioni delle BR, che, isolate dalla campagna di massa sindacale e del PCI, presto saranno sconfitte sul campo dalla Digos e dai delatori e pentiti. Hanno forse raggiunto il loro scopo: il potere rivela la sua faccia dura e coinvolge ‘sinistra politica’ e sindacato. Nell’80 si arriva al licenziamento di massa (23mila lavoratori) a Torino nelle aziende Fiat , dopo un simbolico presidio ai cancelli di un mese fermato dalla reazione dei dirigenti con la reclamizzata “marcia dei capi”.

Comincia l’apocalissi operaia.

     [ Collegai allora la campagna mediatica sui ‘61’ alla contemporanea  ( a novembre 1979)  presa in ostaggio di 52 americani in Iran dell'ambasciata a Teheran trattenuti 444 giorni , da parte del regime di Komeini, , in una operazione di braccio di ferro con gli USA per chiedere la consegna dello Scià.  http://www.linkiesta.it/quando-scoppio-la-guerra-tra-iran-e-stati-uniti ]

 Da quegli anni è passato un trentennio e l’azione di governi, finanzieri e banche, pur in guerra al loro interno, si fa concertata. Neoliberismo: esaltazione del libero mercato e riduzione del peso dello Stato nella vita economica;  globalizzazione :  degrado ambientale,  aumento delle disparità sociali,  perdita delle identità locali,  riduzione della sovranità nazionale e dell'autonomia delle economie locali e diminuzione della privacy;  dal 2008 pesante crisi finanziaria, originata negli Stati Uniti, poi diffusasi in tutto il mondo - manifestatasi come recessione, ha gradualmente assunto un carattere globale e perdurante ( cointeressando negli ultimi tempi anche la Cina o l'India) fino ai nostri giorni-.  Tutto ciò ha finito per  mettere a tappeto progressisti e sindacato. Arriva la possibilità del pensiero unico mentre in Italia il PCI è ormai diventato un partito di centro e di governo, dopo gli anni Ottanta di Craxi  e il ventennio berlusconiano.

 Non si è trattato di complotti ma di determinata gestione delle contraddizioni quotidiane, di prevenzione del conflitto, di divisione  e sterilizzazione della classe. I milioni di posti di lavoro progressivamente perduti  spesso sono stati vissuti e metabolizzati da milioni di persone in carne ed ossa come drammi privati e naturali. Le campagne continue sulla sicurezza o sugli sbarchi dei clandestini sono alcuni degli esempi di questo lavaggio del cervello di una società che invecchia, che si sente assediata – intanto ci troviamo il Jobs Act di Renzi e la disperata risposta di Landini… che minaccia l’occupazione delle fabbriche  ( forma di lotta sconfitta anche negli anni ‘Venti del secolo scorso, quando gli operai difendevano le fabbriche con le armi). 

 Piero Baral - ottobre 2014

 <<Il fascismo nasce per coinvolgere la classe operaia, non per distruggerla; mai, nell'epoca fascista o tardo-imperialista, il potere borghese si è sognato di alienarsi il proletariato. Lo sterminio di quest'ultimo e la distruzione di capitale costante nelle guerre è un fatto, ma è un prodotto della storia che precede, non certo di un fattore scatenante connesso alla volontà della borghesia. (n+1)  http://www.quinternalab.org/teleriunioni/316-simmetrie-di-guerra

http://clashcityworkers.org/documenti/commenti/1328-recensioni-commenti-dove-sono-in-nostri.html

 

 

pbaral@alice.it

 

 

"Niente di nuovo sotto il sole"

a cura di Piero Baral- ed.Pon Sin Mor - Torino- 2003-  16 euro -esaurito

'niente di nuovo sotto il sole'_ristampa 2012 pdf 1,5mb (con alcune integrazioni)

Alcune_notizie_dopo_1980 pdf

video piero_baral.wmv

 

*******Trasmissione Rbe.it sui licenziamenti del 1979 e sul dopo - audio

11.12.09

 

oppure in streaming da RBE http://rbe.it/caravan/2009/12/i-61-del-79-trentanni-dopo-i-licenziamenti-fiat-che-cambiarono-la-storia-del-movimento-operaio/

Dopo il licenziamento dei 61 la direzione Fiat fece il blocco delle assunzioni, l'attacco all'assenteismo e si dedicò ai grandi numeri nel 1980.

Quella che viene definita la tappa decisiva nella grande fabbrica della “sconfitta operaia” era stata sancita a livello di massa con il ‘referendum’ della marcia dei 20.000 capi, quadri, impiegati... (definiti i ‘ 40mila’).

Chi mette in evidenza questo passaggio, sovente non ammette quanto a lungo fosse stato preparato nell’opinione pubblica, nei quadri e con adeguati investimenti che cambiavano progressivamente faccia all’officina.

Questi cambiamenti erano stati sovente ‘sollecitati’ dalla sinistra ‘riformista’ che aspettava di poter accedere al comando tecnico della fabbrica, dopo aver ricevuto la delega nelle amministrazioni locali.

Il nuovo operaio che sarebbe venuto fuori dalla ristrutturazione, sedato, ricattato e in parte rimotivato coi ‘circoli di qualità’ e nuove mansioni, stava meglio dentro la visione parziale del sindacato che da anni si batteva sul recupero e la valorizzazione della ‘professionalità’.  

Poi arrivarono il contratto di formazione lavoro e tutte le decine di lavoro precario giunte fino ad oggi... 

 

   

intervista con l'Avvocato- Lucio Dalla - 1976 videoyoutube

http://www.youtube.com/watch?v=fLPZkJ7rrC4#t=75

>Agnelli    Agnelli2  Agnelli3  Agnelli4  Agnelli5  Agnelli6  Agnelli7  Agnelli8  Agnelli9

Agnelli 10 anni dopo

chi comanda Torino- audio

http://www.youtube.com/watch?v=j5L4IT1ISEQ

http://www.youtube.com/watch?v=z4msvtb2W9E

http://www.youtube.com/watch?v=vXVFXDGDCnw

http://www.youtube.com/watch?v=5WYdsPpJxpk

http://www.youtube.com/watch?v=nIgEU3oySxI

http://www.youtube.com/watch?v=hLm9ZKchpWY

rai tre soldi- dopo la Fiat  http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-96fb0915-2fa5-46f5-895e-452f2981aa4d.html

http://www.carmillaonline.com/2015/02/19/senza-chiedere-permesso/

 

i 61

Il punto d’inizio della narrazione è dato dal 9 ottobre del

1979, quando le direzioni di stabilimento consegnarono a 61

dipendenti Fiat la lettera di licenziamento. La motivazione era

generica e uguale per tutti:

volantino per il licenziamento

     

 

http://www.pinographic.altervista.org/video/baral61_1979.wmv

video youtube - discussione sull'automobile- Piero Baral  

 

video Ines Arciuolo

http://www.pinographic.altervista.org/video/ines.wmv

 

Alcune note a margine del libro sui 61 

**** Questo libro è nato su spinta di un compagno, novello editore politico, che visti dei miei scritti mi ha proposto di farne un libro. Gli scritti pubblicati risalgono o al 1979 o al 1985, quando avevo riordinato le idee dopo un lungo periodo di inattività politica.  Nel libro sono finiti tali e quali, con documentazione dell’epoca e altri testi che mi sembravano utili per coprire alcuni dei temi da me toccati molto in breve. Mancavano approfondimenti sulla lotta armata, le posizioni del sindacato e del Pci, quelle delle frazioni della sinistra presenti in Fiat.

In parte le testimonianze di alcuni dei 61 riportate in fondo al libro, toccano questi temi. Altre componenti pur sollecitate non hanno collaborato. Ma la fretta di completare il libro ha certo limitato l’approfondimento. IL materiale raccolto in questa pagina può servire a una maggiore informazione. 

***

La mia formazione politica vera cominciò all’inizio  degli anni Settanta all’Indesit-  al circolo operaio di None (TO),imparammo  a leggere e commentare la fabbrica e la realtà più vasta alla luce dei testi originali dello ‘zio Karl’ o di ‘Carletto’ come veniva soprannominato l’autore de Il Manifesto dei comunisti . Sotto la guida di Orso , uscito dal PCI nei primi anni Sessanta. Incominciamo ad imparare regole di comportamento originali nella lotta di fabbrica, nella scrittura dei giornalini settimanali venduti ai lavoratori, nei confronti dei gruppi extraparlamentari di allora e del PCI.

Si possono riassumere come segue:

- no all’idea che la classe operaia sia omogenea e pronta magari all’appello alla rivoluzione da parte del ‘partito’ di turno, no alla delega ai dirigenti a pensare e parlare a nome degli ‘iscritti’ o della base elettorale, no alla battaglia per la propria ‘maglietta’ sindacale a spese della possibile unità dei lavoratori, no al ‘tifo’ per la lotta armata e per i Robin Hood che dicono che è arrivato il momento della rivoluzione e iniziano a sparare sempre più in alto a nome della classe operaia;  no alla divisione tra chi studia e chi lavora, necessità di convincere i lavoratori a unire alla disponibilità alla lotta l’impegno a farsi una cultura. Impariamo che chi vuole la lotta più dura può rivelarsi un crumiro, come pure che gridare  al ‘contratto bidone’ o al ‘sindacato venduto’ non vuol dire essere automaticamente disponibili a organizzarsi e  lottare in prima persona; inoltre che non si deve accettare ‘la nomina a delegato a vita ( i senatori…), ma saper creare ricambi e saper alimentare il dibattito e la partecipazione senza farsi delegare, e staccare dalla produzione.

Impariamo che la contraddizione tra borghese e proletario passa all’interno della classe operaia e di ogni individuo, ma una cosa è dirlo e una cosa è iniziare la propria rivoluzione personale.(Anni 1972-74)

Nel 1979 ero da tre anni a Rivalta.In Fiat questo mio retroterra era ormai sommerso e io stavo perdendo lucidità e freddezza, isolato e prossimo all'esaurimento. 

(Lo stabilimento Fiat Rivalta nasce nell'anno 1968 nel territori di Rivalta di Torino a circa 15 chilometri da Torino e dallo stabilimento Fiat di Mirafiori. Pur essendo posizionato nel territorio di Rivalta, lo stabilimento è più vicino alla città di Piossasco dalla quale dista poco più di 2 chilometri.
Iniziò a produrre per primo il fabbricato del reparto meccanica mentre si costruivano gli altri reparti. Nel breve periodo di tre anni, dal 1968 al 1971, lo stabilimento raggiunse i 16.000 occupati tra operai ed impiegati.)

(pb)

http://www.alterhistory.altervista.org/Italia/Italia/cronologiaItalia.php?anno=1979

http://www.pinographic.altervista.org/Tesi-terrorismo-e-tute-blu,gli-Anni-di-Piombo-alla-Fiat.pdf  Mirco Calvano-2015

LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (1)

Testimonianza di Giovanni Novaretti (nato nel marzo 1900) raccolta da Gianni Gili nel 1975, nel Centro MultiMedia della Camera del Lavoro di Torino

LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (2)

LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (3)

LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (4)

LOTTE OPERAIE -- TORINO DAL 1900 (5)

LOTTE OPERAIE-TORINO DAL 1900 )6)

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/la-marcia-dei-quarantamila/110/default.aspx

 


invito 2013

audio

http://www.pinographic.altervista.org/conversazione_5ott2013.mp3

 

commento- Mario Dellacqua

appunti D.Lepore


lotte selvagge nel 69- Giachetti

vogliamo tutto- nanni balestrini

pdf - Rassegna sindacale 1979

http://www.lacittanellacitta.it/lorenzo-gianotti-il-caso-dei-61-licenziati/

http://www.lacittanellacitta.it/ines-arciuolo-il-giudice-sospende-il-licenziamento/

 

Saluteremo il signor padrone videoyoutube

Michelino - i 61

cronaca dei 37 giorni del 1980 Fiat La cronologia è tratta dal libro "Con Marx alle porte" a cura delle Nuove Edizioni Internazionali

LAVORARE IN FIAT- Marco Revelli -Capitolo 6 AUTUNNO '80: I 35 giorni...

cap.5 'Passato Prossimo'- Fiat 1980-  pdf Pierre Carniti

video- la classe operaia dal dopoguerra ad oggi

Cremaschi- lotte operaie fino al 1980-pdf

dal 77 all'80- link Archivio storico della muova sinistra

In genere i lavori erano ripetitivi e noiosi, talmente stupidi che era necessario difendersi datanta stupidità. Racconta Adelina assunta nel 1979 ( una dei 61 licenziati nello stesso anno): "..il lavoro ho cercato di viverlo in modo manuale, nel senso che non doveva assolutamente prendermi a livello di testa. Cercavo di leggere il più possibile tra una macchina e l'altra, si parlava, si vedeva altra gente che magari mi veniva a trovare da altre squadre. Non volevo farmi assorbire totalmente otto ore da questo lavoro, perché mi rendevo conto che queste otto ore si mangiavano a poco a poco la mia vita".

FIAT '98-2006  articoli di Renato Strumia da U.N. pdf

Lottare alla Fiat - Renzacci - pdf

La Ballata della Fiat videoyoutube

risultati del 1969 -pdf

intervista speciale a Diego Giachetti su L'autunno caldo - COLLANA fondamenti - 2013, Ediesse......audio1.......audio2.........audio3.........audio4
 

Storia della Fiat dal 1969 al 1989 -Lavorare in Fiat Marco Revelli 

la parabola operaia- revelli

Autunno 69: si ribellano gli operai, nascono i consigli - registrazione del convegno del 21.11.09- Torino

Nella sua impostazione politica la Fiat ha sempre teso a dimostrare un collegamento tra violenza operaia, militanti rivoluzionari e terrorismo. La violenza nei cortei interni ed ai picchetti è stata una componente innegabile nell’esplosione delle lotte degli operai Fiat nei primi anni ‘70.

Un clima di piombo- Renzacci

capitolo 'Terrorismo e fabbriche' da 'gli anni del terrorismo'- di Giorgio Bocca - pdf

schedature Fiat

  • 1979 Interrogativi sul “caso” Fiat di Giorgio Amendola, da Rinascita n. 43 del 9 novembre 1979

http://www.mirafiori-accordielotte.org/wp-content/uploads/2013/03/1979-Amendola.pdf

 

http://www.alpcub.com/fiat61_1979/lastampa_e_61licenziati_fiat.htm

CISCO-O CARA MOGLIE videoyoutube

alcuni documenti: Romiti, Gazzetta del Popolo, Flm, Collettivi

articolo di Giorgio Bocca su Repubblica del 13.10.79-pdf

Estratti del libro 'Niente di nuvo sotto il sole' Recensioni:

Dellacqua   / Antoniello1/ Antoniello2

Caruso /Riforma

audio trasmissione su Niente di nuovo sotto il sole - Radio Beckwith - Torre Pellice (2003)

http://www.pinographic.altervista.org/video/61fiat.mp3

 

 

audio trasmissione su Niente di nuovo sotto il sole - Radio Blackout-Torino

http://www.alpcub.com/61fiat_blackout.mp3

 

 

dopo il licenziamento dei 61 - Vittorio Morero _Eco del Chisone

         

 

 

eco

 

la stampa 1 maggio 1980

ricordo di Braghin- operaio 'speciale' - uno dei 61

video con Braghin

 da http://www.mirafiori-accordielotte.org/:

 

Franco, uno dei 61 - pdf

 

Processo al sindacato - Giorgio Ghezzi- pdf - 3,6mega- link

 Giorgio Ghezzi-processo al sindacato link


 

Rai 1-2014-serial TV Anni spezzati-l'ingegnere 

1a parte

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3bc66e68-5961-4273-94f2-839eb074198f.html

2a parte

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-65d585dc-da77-40fa-9339-cfb484271bfe.html#p=

NELLA FICTION- anni spezzati- l'assalto alla scuola di amministrazione aziendale di Torino (11 dicembre) viene messo prima del licenziamento ai 61 (8 ottobre). I 61 sono presentati come contigui al terrorismo (linea Fiat). Nella seconda parte si parla dei 14000 licenziamenti ma non della conclusione coi 23mila in CIG o ore e della marcia dei capi come contro il terrorismo (invece che contro lo sciopero sindacale). Sono solo alcuni dei temi che invitano a una denuncia per diffamazione ( mio post su rai1)
piero

ANNI SPEZZATI E DISPREZZATI

Ho visto in TV il programma “Gli anni spezzati. L'ingegnere” su terrorismo, 61 licenziati e 35 giorni alla Fiat di Torino. Sono rimasto sorpreso, cosa che di solito non mi capita da anni. Il film è costruito in modo tale da contrapporre l'umanità dei quadri, degli operai e della città fedele agli Agnelli all'assedio congiunto ed eversivo del terrorismo e del movimento sindacale. Il terrorismo non è rappresentato come una emanazione ultima e obbligatoria della conflittualità (secondo la nota tesi dei demolitori del sindacalismo consiliare), ma come il regista occulto del movimento sindacale. Il salto interpretativo offerto al telespettatore è notevole.

Mi sono sempre illuso che anche nel cinema potesse valere la regola che governa il romanzo storico, un misto di storia e di invenzione, laddove l'invenzione, cioè la fiction è un espediente utile a meglio comprendere lo spirito della realtà. Ma la finzione dovrebbe esplorare la realtà, non scavalcarla con tanta disinvoltura. Non c'è solo, come già segnalato da Piero Baral l'anticipazione arbitraria dell'assalto alla scuola di amministrazione aziendale che seguì e non precedette il licenziamento dei 61. C'è anche la trasformazione della marcia dei cosiddetti quarantamila in manifestazione "trasversale" contro il terrorismo, quando invece fu un'azione di rottura consapevole del fronte sindacale in sciopero e di sostegno della posizione aziendale: pur di mescolare il terrorismo con i 35 giorni si posticipa l'esecuzione del sorvegliante della Framtek Ala risalente al gennaio 1980. Per tutto il mese dei presidi i gruppi della lotta armata non mossero un dito.

Aggiungo poi che la diffusione del questionario antiterrorismo e il dibattito che lo accompagnò risale alla primavera del 1979. Durante i presidi era un pallido ricordo e le preoccupazioni erano altre.

Del fascino della violenza non ci siamo ancora liberati. La lotta contro la violenza ci accompagnerà sempre, fin quando vorremo lottare. E' chi non vuole lottare a cercare nella violenza lo sbocco risolutivo delle ingiustizie sociali che subisce e delle infelicità private che lo tormentano. Negare la violenza che serpeggia tra le nostre debolezze è, a mio avviso, un puntuale regalo ai nostri avversari. Ciò non deve impedirci di combattere le manipolazioni che offendono le lotte sindacali, offuscano le buone ragioni degli sconfitti e riducono gli operai a fantasmi muti e terrificanti.

Mario Dellacqua

 

Vanessa Roghi:

http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/vittime-gli-anni-settanta-e-la-tv-degli-ultimi-dieci-anni-533/#annidipiombo

“Non sono samurai invincibili”
I terroristi sono isolati dal grosso della classe operaia, però sono riusciti a penetrare in alcune zone cal
de delle grandi fabbriche, scrive oggi Walter Tobagi sul Corriere della sera.   http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=4eccbaa8b1627 - 1980

cassintegrati da morire:

Non è solo la crisi di questi anni a stabilire una correlazione fra cassa integrazione e suicidio.  Fu all’inizio degli anni ’80, dopo la sconfitta della lotta dei 37 giorni di Mirafiori, che queste tre parole cominciarono ad andare di pari passo. Ripropongo  alcuni scritti in ricordo delle vittime di Agnelli,  Romiti, e di tutti i loro servi che sfilarono nella marcia dei 40.000.

http://www.bibliotecamarxista.org/antoniello%20donato/fiat%20mirafiori.pdf

http://www.autistici.org/operaismo/soave2/index_1.htm

 dibattito fiom_13set2013.mp3


 

 

il manifesto 15set2013

 1968  http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-68-in-italia/25792/default.aspx

1977   http://www.raistoria.rai.it/articoli/1977-storia-di-una-foto/26269/default.aspx

 

 

 


 

ascolta Fiat 1980 immagini e documenti di una lotta operaia /a

http://www.pinographic.altervista.org/video/fiat1980_a.mp3

Fiat 1980 -  /b-  mp3

http://www.pinographic.altervista.org/video/fiat1980_b.mp3

 

immagini dei picchetti C.Minoli

La marcia dei quarantamila video repubblica

Nel docufilm di Paolo Griseri e Fabio Tonacci video inediti e nuove rivelazioni sui retroscena della marcia, interviste a Cesare Romiti (al tempo a.d. Fiat), Salvatore Tropea (la Repubblica), Piero Fassino (dirigente Pci), Giorgio Benvenuto (segretario Uil), Carlo Callieri (direttore personale Fiat) e Mario Vigna (capo Fiat)

LA MARCIA dei quarantamila -audio:

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-0520412c-0e68-423d-81bc-250c3d17542f.html

http://www.radioarticolo1.it/audio/2014/06/30/20904/operaio-in-mare-aperto-conversazioni-su-lotta-uguaglianza-liberta-in-studio-l-campetti

https://www.facebook.com/notes/frank-ficiar/sull-autunno-1980-alla-fiat-un-p%C3%B2-di-storia-da-sapere/10150622340052603?__mref=message_bubble

 

storia del coordinamento cassintegrati Fiat - raffaello renzacci  pdf 3,2Mb

 

Con quel licenziamento la Fiat intercettava una comprensibile voglia trasversale di normalizzazione, assecondando l'inclinazione dell'opinione pubblica moderata a "fare di ogni erba un fascio", stabilendo un nesso di causalità tra la fisiologia del conflitto sociale nei paesi industrializzati e la patologia della sua degenerazione nel terrorismo vero e proprio. "Gli spari delle br", scriverà Marco Revelli, "non ruppero il silenzio operaio. Contribuirono a renderlo più pesante", come se la conflittualità sindacale - quella che storicamente ha funzionato da fattore di accelerazione del progresso - fosse trattenuta dal timore di essere fraintesa e criminalizzata

http://www.lacittanellacitta.it/

Questo sito vuole essere un primo passo verso una storia più approfondita della fabbrica di Mirafiori, ma anche un tentativo di storiografia industriale potenzialmente ampliabile a un contesto più grande. Un primo passo che avrà ulteriori esiti, il più importante dei quali sarà un documentario sulla storia dello stabilimento, realizzato con le testimonianze raccolte con questa campagna di video-interviste.

 


http://www.pinographic.altervista.org/torino1.wmv

torino 2000

torino senza fabbriche  videoyoutube    idem videoyoutube 

torino_manifesto_1 pdf

torino_manifesto_2 pdf

torino_manifesto3.pdf


video- tenda digiuno Rivalta 

 

 

 video Ines Arciuolo

http://www.pinographic.altervista.org/video/ines.wmv

 

video storia di Ines

http://www.pinographic.altervista.org/video/storiadiInes.wmv

 

video Caforio

http://www.pinographic.altervista.org/video/caforio.wmv

 

video un capo ai cancelli

http://www.pinographic.altervista.org/video/capo.wmv

 

video 40mila

http://www.pinographic.altervista.org/video/40mila.wmv

 

c'era una volta la Fiat- Revelli  youtube

articoli de l'Unità pdf

video Salerno/Arisio

video Ferrara

Angelo Caforio su radio radicale 18.10.79 audio

La Fiat licenzia 61 dipendenti- radio radicale - Marco Boato - audio

dibattito- radio radicale 26 ottobre 1979 - audio 

Pansa,Caforio,Del Turco,Notarianni,Veronese,Annibaldi,

Assemblea a Pinerolo sui 61- 1979 - pdf link

interpellanze alla Camera 18.10.79 - audio radio radicale

il teatro sugli anni di piombo -link

 

http://archiviostorico.corriere.it/2000/ottobre/13/Ferrara_nel_tra_Fiat_Pci_co_0_0010134237.shtml

Tra fabbrica e società: mondi operai nell'Italia del Novecento - Risultati da Google Libri

di Stefano Musso - 1997 - Labor - 798 pagine
Nell'autunno del 1979, la direzione Fiat intuì la misura del suo ... Una svolta nelle relazioni industriali: i 61 licenziamenti alla Fiat, Bari 1981. ...

Cacciai dalla Fiat 61 operai ora dico alla Cgil: occhi aperti ...

TORINO - Nel 1979 Carlo Callieri era capo del personale di Fiat auto. Fui lui, insieme ai vertici dell' azienda, a stilare

Callieri, la liberta' secondo un manager

"Persino per Lama i 61 licenziamenti furono una storia rivelatrice. ... lui un anno dopo mi richiamo'

 

Ivan Della Mea "Viva la FIAT" videoyoutube

 

3 min 59 sec - 16 gen 2008 -

 

 

LEGGE 30

Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la “legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”! (S.BOLOGNA)

la destra sociale_caldiron_introduzione pdf

la classe operaia va in paradiso- spezzone video

aprile 2000- Fiat Rivalta- LA FABBRICA TERZIARIZZATA- Mimmo Garetti Vittorio Rieser Luigi Sartirano

se non li conoscete.... fausto amodei videoyoutube

rivista del manifesto: fiat

vent'anni dopo- estratto da 'Restaurazione italiana' - di Polo e Sabattini - pdf

Automobili, crisi e scontro alla FIAT- Halevi

sergio bologna Uscire dal vicolo cieco. Indizi di coalizione nel lavoro postfordista

come ho licenziato la Fiat- Pietro Perotti

la paga dei padroni - il caso Fiat - Youtube video

 archivio Materiali sparsi sulla FIAT -link

Precarietà della politica- Loris Campetti - 21 ott.2009 doc

L'internazionale di Franco Fortini  video youtube

intervista a Revelli/l'attacco alla Fiom video youtube

 

melfi 2004 video

altri video http://www.youtube.com/results?search_query=melfi+fiat&search_type=&aq=f

valorizziamo la lotta di Melfi- dossier

IL DOCUFILM su Pomigliano
di Lorenzo Maria Falco

Video Fiat-Volkswagen: vita da operaio  2012


 

video 'sciopero'- Russia 1925- Sergej M Ejzenstein

 

325 Mb

Russia 1912. Un operaio, accusato ingiustamente di furto da un caporeparto, s'impicca. Per protesta i suoi compagni scioperano. I padroni assoldano spie, accattoni, provocatori per incastrarli. La polizia li massacra, con le loro famiglie. Primo lungometraggio di S.M. Ejzenstejn. Basato su due principi (le masse come protagoniste; rinuncia alla tradizionale trama narrativa), è, visto oggi, un affascinante film sperimentale di laboratorio, un brogliaccio più che un'opera compiuta e organica, ricco di metafore ora folgoranti per forza plastica, ora intellettualistiche e persino ingenue. Ma attraverso la sua frammentarietà s'intravede una struttura - musicale più che narrativa - in 3 tempi. Anni dopo Ejzenstejn riconobbe - spontaneamente? - che l'opera era affetta dalla malattia infantile dell'estremismo.


Ines Arciuolo: "Di fronte al gravissimo avvenimento, il sindacato e la sinistra ufficiale osservarono un atteggiamento schizofrenico: la Flm organizzò scioperi e assemblee; il Pci, i cui quadri avevano partecipato a stilare la lista dei “violenti” da far fuori, invitato da Romiti a osservare «un atteggiamento responsabile», si defilò.

La risposta dei lavoratori fu contraddittoria: gli scioperi di solidarietà riuscirono solo in alcune sezioni, ma molti operai rabbiosi denunciarono l’atteggiamento ambiguo di alcuni delegati. «Sono passati nelle squadre a dirci di non fare sciopero perché la situazione è pericolosa» mi raccontò, affranta, un’operaia della mia squadra. Nell’autunno 2000, in occasione delle celebrazioni per ilventennale, non sarà più un mistero per nessuno che i dirigenti del Pci e alcuni delegati dello stesso partito avevano partecipato alla scelta dei nomi degli “elementi” da allontanare."

Ines Arciuolo faceva parte dei 61, ha scritto un libro autobiografico da cui è tratto: 

alla Fiat - pdf -estratto da 'A casa non ci torno'- Ines Arciuolo- Stampa Alternativa 2007

dibattito -sul libro di Ines- festa del PRC-Torino- mp3 audio

http://www.alpcub.com/ines_dibattito-.mp3

 

RECENSIONE di Rieser- pdf 2007- www.nuovasocieta.it

recensione su il manifesto dic-2007

RECENSIONE di Flecchia - pdf 2007 - l'avanti  

 

nella foto: Fiat 1980-33° giorno


 <<< Una storia d'amore per raccontare la più irrisolta e più rimossa tra le vicende del movimento operaio del '900 italiano. Quei 35 giorni di lotta alla Fiat che dividono e danno ancor oggi fastidio. Ambientarci un film è già di per sé un atto di coraggio. Così la prima cosa da chiedere a Wilma Labate, la regista di Signorinaeffe, è persino scontata.
Perché l'autunno '80?
Perché allora finisce l'epoca delle lotte operaie e comincia quella che viviamo oggi, l'epoca della flessibilità, della mobilità, della morte del movimento, della morte del '68>>>> 

signorina effe - film sul 1980/recensioni 2008- link

signorina effe - video 124Mb

http://www.alpcub.com/signorina effe.wmv

 

signorina effe

intervista http://lpp.opencontent.it/blog/?p=548 audio

audio 'Vent'anni nel 68'-terzo anello - Wilma Labate

Signorinaeffe - (video con regista1 ) -2008

Signorinaeffe- (video con regista 2) -2008


Migliaia di morti e feriti sulle strade (ogni anno: 9000 morti in Italia, più di 50000 morti negli USA, più di un milione nel mondo; 40 milioni di morti dall'invenzione dell'auto a oggi). Insomma ne uccidono ormai più auto e moto che le guerre. Ma i danni all'ambiente, lo spreco di energia del sistema di trasporto individuale sono un secondo problema enorme.

un precursore Usa : Ralph Nader

Auto:la strage quotidiana - link

la città in cammino verso lo sviluppo sostenibile- ascolta- link

vignette sicurezza stradale

incidenti stradali Ialia 2008 - video youtube

http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/2014/06/03/da-salerno-al-garigliano-3/ Arminio

 

 

dossier Pomigliano

 

La cinquecento- Guido Viale (carta.org)-pdf

lettura video: 'l'auto'- da n+1

auto-discussione- pdf

Italiani e auto - il corriere 22.9.07 - pdf

evitare il traffico inutile- link n+1

John Howe IL VEICOLO DEL DESIDERIO (numero 33 novembre 2002) riv.manifesto

Conoscete Karl Marx?-Rius

il rosso è diventato giallo video you tube

 



Niente di nuovo sotto il sole

viene qui riprodotta la prefazione di Diego Giachetti e quella dell'autore, Piero Baral

Prefazione

 

         L’autore di questo libro ha lavorato tre anni alla Fiat, nello stabilimento di Rivalta, dal 1976 al 1979, anno in cui fu licenziato assieme ad altre sessanta persone. Nel corso di una vita lavorativa come la sua, che lo ha portato a tanti altri impieghi presso ditte e situazioni quei tre anni devono essere stati molto intensi, vissuti, pieni, in grado ancora di offrire propellente e stimoli per produrre un libro a più di vent’anni di distanza. Contribuisce a questa callosità della memoria anche il finale traumatico del rapporto di lavoro: il licenziamento, un evento periodizzante nella sua vita che ha lasciato una cicatrice, ben rimarginata, ma pur sempre visibile, capace di far partire, tutte le volte che si osserva, il motore della memoria. Tuttavia questo libro non è mosso solo dall’intento del ricordare, del riproporre qualcosa del passato, c’è in Baral un bisogno di capire che ancora oggi lo divora, trovare cioè una contestualizzazione alla sua storia personale collocandola in un quadro di spiegazione più ampio, di tipo storico-politico. Perché lui? Perché i 61, non uno in più non uno in meno? Forse perché, come scrive nella prima pagina mescolando pezzi della sua formazione chimico-scientifica e classica, nella tavola di Mendelejev l’elemento con numero atomico 61 è il promezio il cui nome deriva da Prometeo, quello che nella mitologia greca rubò il fuoco agli dei per portarlo agli uomini e, per questo, fu punito severamente.

            Questa ipotesi, suggestiva, è però subito abbandonata, non c’era nessun Prometeo fra noi, dice. E neanche quello che accadde loro servì ad illuminare più di tanto il mondo degli uomini che operavano alla Fiat. Caso mai, potremmo dire alla luce dei fatti dell’anno dopo, quando la Fiat si liberò di migliaia e migliaia di operai, col ricorso alla cassa integrazione a zero ore e alla mobilità, nei 61 licenziati si trova, tanto per rimanere nel campo della mitologia greca, un gesto premonitore di sventure che sarebbero seguite. Se nessuno era Prometeo, molti furono, volontariamente o involontariamente, Cassandre. Non una Cassandra sola, unica e compatta, ma tante, perché i 61, ci ricorda, erano “esemplari variegati di operaie e operai”. Simili, se osservati con categorie sociologiche e politiche, diversissimi se scomposti per età, provenienza, storie personali, culture, mentalità, costumi.

            Il punto d’inizio della narrazione è dato dal 9 ottobre del 1979, quando le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat la lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti, contestava “un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede e nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro”. Generica e quindi giuridicamente inconsistente, come stabilì subito la magistratura del lavoro, alla quale i 61 fecero ricorso, e che impose la riassunzione. Riassunzione che non ci fu, perché questa volta, con una seconda lettera di licenziamento la direzione Fiat entrava nello specifico delle accuse per ognuno dei licenziati, attribuendo loro contestazioni circostanziate e particolari. A questo punto i ricorsi divennero individuali. Il sindacato offrì, previa la sottoscrizione di una dichiarazione contro la violenza, il servizio del collegio dei suoi avvocati, la maggioranza dei 61 scelse questa via, altri, una decina, contestarono il provvedimento ricorrendo senza il patrocinio sindacale, Baral, invece, non fece ricorso.

 

            Contestualmente ai licenziamenti la Fiat dichiarava il blocco delle assunzioni in quanto, come diceva Cesare Annibaldi, direttore delle relazioni industriali, “l’inserimento di nuovo personale in un clima come quello attuale rischierebbe di compromettere l’indispensabile momento di riflessione connesso all’esigenza di ripristinare in fabbrica un minimo di governo [perché] il disordine all’interno delle officine è tale da rasentare il collasso” («La Stampa», 11 ottobre 1979). La direzione Fiat intendeva riportare l’ordine aziendale e produttivo in fabbrica e descriveva i suoi reparti in preda ad un caos che durava da quando, con l’autunno caldo del 1969, era iniziata la “grande sarabanda”, per dirla con le parole dell’avvocato Agnelli intervistato da «La Stampa» il 1° luglio 1999. Quella stagione di lotte aveva segnato la fine dei precedenti “anni duri alla Fiat”, secondo la bella frase che dà il titolo ad un libro scritto da Emilio Pugno e Sergio Garavini per i tipi dell’Einaudi nel 1974. Anni duri per i lavoratori e i sindacalisti torinesi s’intende, perché, invece, per l’azienda i decenni Cinquanta e Sessanta furono anni di espansione, produttività, profitti e nuovi investimenti. Per l’azienda Fiat gli “anni duri” vennero dopo le lotte del ’68-’69 che ridefinirono, modificandoli a favore degli operai, i rapporti di forza all’interno delle officine, destrutturando il vecchio organigramma di comando che governava la produzione e inserendovi elementi di controllo operaio sulla produzione espressi dai delegati e da quello che negli anni Settanta si chiamava il sindacato dei consigli. Certo comandavano ancora i padroni, “ma in condizioni nuove, per la nuova composizione della classe, per le conquiste consolidate di condizioni di lavoro e di vita. E il padronato punta[va] con decisione a liquidare le esperienze di controllo operaio, e i consigli come strumento di democrazia operaia”[1].

            Alla fine di quel decennio la direzione aziendale si mosse per riportare ordine nei reparti, il che, sostanzialmente, voleva dire spezzare la forza di contrattazione e di controllo su ritmi, tempi e produzione messa in campo dai lavoratori mediante i consigli di fabbrica. Perché voleva modificare quei rapporti di forza? Forse perché essi erano d’impedimento all’aumento della produzione e la Fiat voleva incrementare la costruzione di automobili? Non era proprio così. Più che sfruttare la forza lavoro alle sue dipendenze, la Fiat aveva bisogno di ridurre il loro numero, per adeguarlo al calo della produzione causato dalla crisi del mercato automobilistico che investiva l’Europa e il mondo.  Alcuni mesi dopo i 61 licenziamenti, quando la polemica era sfocata, e ancora non si sentivano palesemente le avvisaglie della lotta dell’autunno 1980 contro la richiesta di mettere 23 mila operai in cassa integrazione, Umberto Agnelli, amministratore delegato della Fiat, in un’intervista comparsa su «La Repubblica» del 21 giugno 1980, poneva due condizioni per la ripresa produttiva: la riduzione del numero dei dipendenti e la svalutazione della lira: “oggi la Fiat ha impianti e uomini per produrre 1.800.000, forse 2 milioni di vetture. Ne facciamo un milione e mezzo. E l’anno prossimo riusciremo a collocarne sul mercato ancora meno. In tutta Europa le vendite sono sotto il 10% rispetto a quelle del 1979. Se non potremo ridurre l’occupazione in modo sostanziale non avremo mai i bilanci in pareggio”.

            Il problema era quello e si trattava di gestirlo sapendo che la riduzione del numero dei dipendenti avrebbe suscitato dure reazioni da parte dei lavoratori, del sindacato dei consigli, della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), mentre con i Confederali, CGIL, CISL e UIL era possibile trattare, concordare, cioè alla fine trovare un accordo. Si trattava di cominciare a saggiare quelle forze, vederne la consistenza, possibilmente indebolirle, dividerle, costringere la polemica contro l’estremismo della FLM, il sindacato dei consigli, che serpeggiava ai vertici di CGIL, CISL, UIL e di una parte consistente del PCI, a uscire allo scoperto, a dichiararsi.

            La Fiat non voleva certo liquidare il sindacato, anzi affermava, per bocca dei suoi dirigenti, di volerlo più forte, nel senso di un sindacato capace di governare la forza lavoro, non quello dei consigli che riteneva incompatibile con gli obiettivi che si poneva per gli anni ’80. La nuova strategia legata all’introduzione di nuove tecnologie richiedeva massima libertà di scelta e rapidità di trasformazione, secondo le nuove esigenze di mercato: flessibilità si direbbe oggi.  La questione centrale diventava la rottura della rigidità del mercato del lavoro a partire dalla possibilità di licenziare, senza altra motivazione se non l’esigenza di ristrutturare; si voleva introdurre la mobilità ad uso elastico, senza vincoli o controlli; si voleva aumentare la produttività riducendo l’assenteismo, introducendo nuovi turni, intensificando i ritmi; si cominciò a parlare di regolamentazione dello sciopero assieme alle critiche allo Statuto dei lavoratori troppo garantista nei loro confronti; si voleva la libertà di selezione nelle assunzioni con l’eliminazione del controllo da parte del collocamento. Più in generale, la ristrutturazione era una necessità del capitale e delle aziende, ricordava un esponente autorevole del PCI, Giorgio Amendola: “non si può pensare alla meccanizzazione, all’automazione senza accettare la riduzione del numero degli operai occupati per giungere ad una determinata produzione – riduzione certo concordata, non imposta dal padrone, ma non rifiutata a priori dal sindacato”[2].

 

            La crisi della maggiore industria automobilistica si manifestava in un contesto in cui violentissima e cruenta era l’azione dei gruppi terroristi contro i quadri aziendali: il 21 settembre 1979 uccidevano Carlo Ghiglieno, responsabile dell’ufficio programmazione Fiat auto, il 4 ottobre ferivano gravemente Cesare Varetto, responsabile delle relazioni sindacali delle carrozzerie Mirafiori. I capi reparto, i capi officina e quadri intermedi, quelli che al tempo di Valletta costituivano l’ossatura del comando della fabbrica, alla fine degli anni Settanta si scoprivano demotivati, incerti circa la loro funzione nell’azienda, abbandonati, sovente poco considerati dai vertici dirigenziali. Effettivamente la struttura consiliare, basata sui delegati eletti dagli operai, aveva via via sostituito molto delle funzioni e dei poteri attribuiti in precedenza alla pletora dei quadri intermedi: controllo dei tempi, dei ritmi, dell’impiego delle maestranze, dei permessi; inoltre, la ristrutturazione del ciclo produttivo che la Fiat stava attuando contribuiva a ridimensionare ulteriormente il loro ruolo e funzione. Montava tra loro un malcontento e una protesta che l’azienda non intendeva certo lasciare senza risposta, prima che essa trovasse magari  un riferimento tra i sindacati dei lavoratori, e che si manifesterà l’anno dopo nella periodizzante “marcia dei 40 mila”. Il licenziamento di 61 estremisti era, in quella situazione, un segnale forte indirizzato ai quadri intermedi, quelli che più pativano l’ingovernabilità dei reparti, come dicevano, causata dalla maggiore capacità contrattuale dei lavoratori e degli strumenti sindacali che si erano dati.

            L’equazione che fu tratteggiata, soprattutto dai maggiori quotidiani nazionali, fu abbastanza semplice e giornalistica: il conflitto in fabbrica – si scrisse – aveva raggiunto livelli tali da essere “oggettivamente” in rapporto col terrorismo, di qui l’equazione conflitto = violenza = terrorismo. Giorgio Amendola, nel già citato articolo, la sposò con entusiasmo e durezza espositiva: “chi può negare che vi sia un rapporto diretto tra la violenza in fabbrica e il terrore? E perché il sindacato, i comunisti non hanno parlato, denunciato in tempo quello che oggi viene rivelato?” Puntò poi il dito contro determinati metodi di lotta, giudicati troppo violenti: “occupazioni stradali, cortei intimidatori, distruzioni vandaliche di macchine e negozi, stazioni occupate, autostrade ostruite, blocco degli aeroporti”.

            Così il discorso si spostò dalla crisi Fiat e dalla ristrutturazione che stava mettendo in atto, al dibattito sulle forme di lotta, lecite, illecite, violente, e al legame tra lotta contrattuale e terrorismo. Scrisse all’epoca Loris Campetti sul «Manifesto» del 16 ottobre 1979: “tra le forze di sinistra e dentro il sindacato, si fa più attenzione a come denunciare le forme di violenza in fabbrica che non a respingere i licenziamenti. Troppi hanno paura di sporcarsi le mani con i licenziati: si fanno i distinguo, si parla solo di difesa legale da parte di un collegio di avvocati del sindacato. Il PCI accusa il sindacato di porre resistenze nelle iniziative contro il terrorismo e richiama i suoi quadri che troppo si sono impegnati nelle strutture della FLM e troppo poco come militanti comunisti, a rientrare nei ranghi”.

            Effettivamente, di fronte al licenziamento dei 61 il sindacato e la sinistra manifestarono esplicitamente divisioni e polemiche che già serpeggiavano da alcuni anni: l’FLM e i sindacati torinesi, organizzarono scioperi e manifestazioni pubbliche, mentre le confederazioni e il PCI – avvisati personalmente da Cesare Romiti[3] prima dell’avvio dei provvedimenti e invitati dalla Fiat a tenere “un atteggiamento responsabile” –, preferirono defilarsi, accusando i sindacalisti torinesi e la FLM di essere “renitenti” nella lotta contro il terrorismo e la violenza[4]. Negli anni successivi, a seguito delle indagini della magistratura, si scoprì che dei 61 licenziati solo quattro erano in collegamento, o lo erano stati, con gruppi terroristi[5].

            Che i vertici dei sindacati confederali e dei maggiori partiti politici fossero stati preavvertiti dalla direzione Fiat, circa l’intenzione di procedere con decine e decine di licenziamenti, era una voce diffusasi immediatamente nei giorni seguenti le lettere di licenziamento, lo scriveva ad esempio Loris Campetti sul «Manifesto» del 16 ottobre. Più tardi si sarebbe saputo, per ammissione dei protagonisti, che la direzione Fiat aveva preparato da tempo la sua mossa e aveva avvisato i sindacati: “prima di dare il via a quel provvedimento avvertimmo i capi dei sindacati”, ricorda Cesare Romiti, e le segreterie dei principali partiti. Durante quella riunione Umberto Agnelli avvertì “che le condizioni dell’azienda [rendevano] imperativa una risposta energica”, gli interlocutori ne presero atto, non opposero alcuna obiezione se non la “preoccupazione per la reazione che un provvedimento sensazionale” poteva provocare e consigliarono la “Fiat di presentare circostanziate denunce alla magistratura”. Prima della consegna delle lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti i responsabili del personale convocarono membri degli esecutivi dei consigli di fabbrica. “Tra gli altri vennero convocati d’urgenza alle Presse di Mirafiori, Felice Celestini e Gino Giulio, ai quali la direzione di stabilimento chiese di tenere rispetto ai licenziamenti una posizione “responsabile” anche perché, fece loro capire, l’operazione era stata concordata con importanti dirigenti nazionali e locali sia del sindacato che del PCI” [6].

 

            L’ FLM, invece, reagì, “siamo al 7 aprile della classe operaia – dichiarava a «La Stampa», il 12 ottobre 1979, Veronese, segretario nazionale –. La Fiat coglie l’occasione del riferimento alla battaglia contro il terrorismo per colpire i lavoratori e recuperare spazi di libertà e arbitrio che aveva perso, strumentalizza il discorso sul terrorismo per colpire un altro bersaglio, le lotte, il sindacato, l’organizzazione operaia in fabbrica”.

            Contro i licenziamenti la FML organizzò il 16 ottobre del 1979 al Palazzetto dello Sport un’assemblea di tremila delegati con la presenza dei segretari nazionali delle confederazioni, Lama, Carniti e Benvenuto, nella quale venne dichiarato per il 23 ottobre uno sciopero nazionale dei metalmeccanici e a Torino di tutta l’industria. In quell’occasione, a nome dei 61 prese la parola Angelo Caforio: “Dieci anni fa, proprio in questa stagione, in questo palazzetto c’era un’assemblea simile a questa,  era intitolata però ‘Processo alla Fiat’, il processo alla direzione che aveva sospeso novanta operai. Era l’autunno caldo”, ricordò, e proseguì: “tra i 61  licenziati molti rappresentano anche personalmente, fisicamente, la continuità con quell’autunno caldo, hanno più di dieci anni di anzianità Fiat, altri sono entrati invece negli ultimi due anni […]. Crede davvero la Fiat di aver colpito il terrorismo? – si chiese avviandosi alla conclusione – No, non lo crede, non ci pensa neppure. Sa però che la posta in gioco sono gli anni ’80, in fabbrica, a Torino, in Italia”[7].

            Il parallelismo tra l’autunno caldo del 1969 e, dieci anni dopo, “l’autunno freddo” dei 61 licenziati, del terrorismo, della crisi, del compromesso storico, dell’EUR era facile e utile da farsi, anche per segnalare la nuova composizione di classe. I giovani che erano entrati alla Fiat in quegli anni, con la riapertura delle assunzioni, – scrisse Pino Ferraris sul «Manifesto» del 16 novembre 1979 – “esprimevano  soggettività, culture, bisogni, comportamenti che si erano strutturati nella lunga adolescenza e giovinezza “irregolari” dentro le scuole di massa e nelle periferie urbane, tra gli stimoli dei mass media e il nomadismo delle esperienze e che non conoscevano quasi altra trama di socializzazione che non sia quella degli affetti e della vita emotiva dentro la nuova famiglia estesa, i piccoli gruppi, le amicizie. Irrompe l’irregolarità del bisogno di vita”. La grande fabbrica diventava un laboratorio di conflitti e di mediazioni “tra generazioni operaie, tra uomo e donna, tra cultura del lavoro e cultura dei bisogni”. Erano quelli che Adalberto Minucci, della segreteria del PCI, con un’espressione infelice, ma destinata a diventare categoria storica e sociologica, definì “il fondo del barile” in un’intervista rilasciata a Lietta Tornabuoni a «La Stampa» del 13 ottobre 1979 nella quale diceva: “dal 1973 la Fiat non sostituiva più gli operai che andavano in pensione o si licenziavano. Negli ultimi due anni il turnover è stato riaperto e mi risulta che a Mirafiori siano entrati negli ultimi dodici mesi 12 mila nuovi assunti. Questo ha riportato la fabbrica ad una realtà magmatica, un porto di mare con gente che entra senza avere dimestichezza né a volte attitudine al lavoro e presto se ne va perché non regge. Credo che in quest’ultima ondata a Mirafiori sia entrato un po’ di tutto, dallo studente al disadattato, s’è proprio raschiato il fondo del barile”. Un giudizio netto, intransigente che non lasciava molti spazi d’interpretazione e che, certo, coglieva un aspetto importante della questione: il mutamento della composizione della forza lavoro alla Fiat e della sua coscienza di classe, come si diceva allora. Che qualcosa nella coscienza dei lavoratori fosse cambiato lo avevano già intravisto due ricercatori e militanti torinesi, Brunello Mantelli e Marco Revelli, che avevano intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nel 1978. Successivamente, sulla composizione della classe operaia Fiat e sugli atteggiamenti verso il lavoro e l’azienda, era stata pubblicata un’inchiesta dal titolo Coscienza operaia oggi. I nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori e, nello specifico, sulle caratteristiche dei nuovi assunti, la ricerca di Silvia Belforte, Il fondo del barile: riorganizzazione del ciclo produttivo e composizione operaia alla Fiat dopo le nuove assunzioni[8]. Anche il PCI, nel 1979, aveva preso l’iniziativa di un sondaggio di massa tra i dipendenti del gruppo i cui risultati furono pubblicati  l’anno dopo[9]. Da quel sondaggio emergevano dati importanti, ne segnaliamo due che riguardano il tema che trattiamo. Alla domanda: “perché la Fiat ha licenziato i 61?”, il 28,9% rispondeva “per liberarsi dei violenti”, il 22,8% “non sono affari miei”, il 20,9% “per sfidare il sindacato”, il 12,6% “per colpire i più combattivi”. Alla domanda: “che cosa pensi della collaborazione tra lavoratori e padroni?”, la distribuzione delle risposte era la seguente: “è necessaria perché va a vantaggio di tutti” (44,4%), “è possibile ma va contrattata” (29,4%), mentre il rimanente 29,4% respingeva ogni forma di collaborazione.

            Soprattutto i dati relativi alle risposte alla seconda domanda, con quel 44,4% che propendeva per la collaborazione con l’azienda furono presi ad esempio per cominciare a dire che l’intera strategia sindacale andava rivista, corretta, reimpostata. I 61 licenziati fecero divampare la discussione, il tema sindacato o sindacato dei consigli si ripresentò tale e quale, ma con maggiore intensità e drammaticità nel corso della lotta dei trentacinque giorno del 1980. La sconfitta subita dai lavoratori con la firma dell’accordo, dopo la fatidica “marcia dei quarantamila”, rappresentò, per dirla con Piero Fassino la fine di “un’epoca della storia del sindacato”, quello conflittuale e antagonista degli anni settanta. L’anima antagonista andava sostituita, dice il segretario dei DS, con quella contrattualista, questo esigeva una revisione profonda degli obiettivi, alcuni andavano abbandonati, altri introdotti: “competitività, produttività”, “adeguamento di diritti e condizioni di lavoro all’evoluzione della struttura produttiva e dei mercati”, “part-time, mobilità interna e esterna”. Superato ancora il difficile scoglio rappresentato dallo scontro sulla scala mobile del 1984, per fortuna, nel 1993, – conclude Fassino – finalmente il travaglio sindacale, apertosi sulla fine degli anni Settanta, giungeva positivamente a termine con la concertazione e l’accordo del 23 luglio 1993[10].

            Simili affermazioni ci fanno ulteriormente capire che l’argomento sollevato dal libro di Baral è “storico” nel senso pieno del termine, rappresenta uno snodo di una vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano che si è conclusa. Oggi gli interlocutori del segretario del maggior partito della sinistra non sono i Baral e questi “tipi umani” non affollavano certo la sala dell’Auditorium del Lingotto di Torino la sera del 7 ottobre 2003 per la presentazione del libro di memorie di Piero Fassino. Al suo fianco c’era l’attuale presidente della Fiat Umberto Agnelli e in platea tanti uomini politici, sindacalisti, amministratori locali. Il presente ha dato ragione (ma a quale prezzo?) a Piero Fassino e torto ai Baral, questo almeno ci consiglia di credere il senso comune, l’apparenza. Un merito grande, filosofico, critico hanno però le vicende raccontate da Baral e le testimonianze di altri protagonisti da lui raccolte e assemblate nel libro, quello di ricordarci, per dirla con Max Horkheimer, che “la denuncia di ciò che al presente viene chiamato ragione è il più grande servizio che la ragione possa prestare”.

 

 

Diego Giachetti

 


[1] Franco Calamida, La borghesia fa cadere grosse pietre sui piedi della sinistra, «Quotidiano dei lavoratori», settimanale, n. o, 23 dicembre 1979.

[2]Giorgio Amendola, Interrogativi sul “caso” Fiat, «Rinascita», 9 novembre 1979

[3] Gabriele Polo, Claudio Sabattini, Restaurazione italiana, Roma, Manifestolibri, 2000, p. 34.

[4] “La FLM e il sindacato torinese si mostrano renitenti”, scrive a proposito Lorenzo Gianotti in Gli operai della Fiat hanno cento anni, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 238.

[5] Vedi Raffaele Renzacci, in Cento… e uno anni di Fiat, a cura di Antonio Moscato, Bolsena (VT), Massari Editore, 2000, p. 85, e Gabriele Polo, Claudio Sabattini, Restaurazione italiana, Roma, Manifestolibri, 2000, p.34

[6]Cfr. nell’ordine Pansa-Romiti, Questi anni alla Fiat, Milano, Rizzoli, 1988, p. 56; Lorenzo Gianotti, Gli operai della Fiat hanno cento anni, cit., p. 236; la testimonianza dei due operai Fiat è stata resa a Raffaele Renzacci che l’ha riportata nel libro Cento… e uno anni di Fiat, cit., p. 83.

[7] L’intervento fu pubblicato sul «Manifesto» del 17 ottobre 1979.

[8] Cfr.: Operai senza politica, a cura di Brunello Mantelli e Marco Revelli, Roma, Savelli, 1979, Coscienza operaia oggi. I nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di Giulio Girardi, Bari, De Donato, 1980, Silvia Belforte, Il fondo del barile: riorganizzazione del ciclo produttivo e composizione operaia alla Fiat dopo le nuove assunzioni, Milano, La salamandra, 1980.

[9] Cfr. Aris Accornero; Alberto Baldissera, Sergio Scamuzzi, Ricerca di massa sulla condizione operaia alla Fiat: i primi risultati, «Bollettino Cespe», Roma, 2 febbraio 1980. Vedi anche l’articolo pubblicato in seguito di A. Accornero, F. Carmignani, N. Magna, I tre “tipi” di operai della Fiat, «Politica ed economia», n. 5, maggio 1985 con la quale si classificano tre tipologie di comportamento operaio: conflittuale (chi riconosce l’esistenza e l’inevitabilità del conflitto tra azienda e lavoratori ma ritiene si debba cercare una mediazione attraverso la contrattazione), antagonista (chi è per la lotta intransigente e dura, senza mediazioni e accordi), collaborativo (chi è per la collaborazione con l’azienda). I dati ripetevano il peso statistico del sondaggio riportato nel testo.

[10] Piero Fassino, Per passione, Milano, Rizzoli, 2003, pp. 129-134.


come granelli di sabbia del deserto

danziamo nel girotondo”  

Una premessa  

Intrigato dalla scelta padronale di espellere “61” cattivi, ho cercato – per un certo periodo di ripiegamento nell’irrazio-nale seguito al licenziamento – vari riferimenti storici o casuali. Il più interessante è nella tavola di Mendelejev nel vecchio libro di chimica. L’elemento con numero atomico 61 è il Promezio (Pm) della serie dei Lantanidi, definiti “sconosciuti” e “radioattivi”. Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perchè rubò il fuoco per restituirlo agli uomini.

Non c’era Prometeo fra i 61, semmai esemplari variegati di operaie e operai che non potevano più essere tollerati nella nuova organizzazione che si era data la la Fiat.

Come negli anni ‘50 si partiva dagli "estremisti" per arrivare poi ai grandi numeri.

  Giorgio Bocca su Repubblica rispondeva a una lettera di un licenziato, uscita su Lotta Continua – che invitava la Fiat a prendersi la responsabilità dei 15000 e più morti annui sulle strade e criticava le logiche industriali – dicendo che questi apparteneva alla “generazione che è cresciuta nel mito idealista e parafascista che l’immaginazione supera la realtà”...

  Il testo che segue ricostruisce questa vicenda e risale a metà degli anni ottanta, con alcuni ritocchi posteriori.

              (p.b.) ***

  1. Autunno 1979: i fatti

 

Si era a sei anni di distanza dalla crisi del petrolio del ‘73 che aveva avviato una decisa fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica. Tutto ciò in presenza di una piattaforma poco convincente, infatti qualcuno dichiarava di forzare le lotte per chiudere presto e pagare poco il contratto...

Da parte della Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e “lungo” periodo... coi suoi operai, non certo con la crisi di sovrapproduzione su scala mondiale.

La sinistra di fabbrica legge questa fase in modo frammentato: chi continua a sottolineare la crisi di direzione aziendale e appoggia criticamente la ristrutturazione (Fiom); chi rivendica aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro; chi sbandiera i robot come l’arma definitiva del padrone e propone lotte altrettanto ‘radicali’ (l’autonomia); chi, marginale, dichiara in modo dimesso di trovare difficoltà a produrre merci inutili e dannose e confluisce nella pratica della autoriduzione della produzione. Queste diverse linee raccolgono poi motivazioni le più varie del resto degli operai.

Tutto questo nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono a far ricompattare a destra tutto il possibile. Lo spazio politico si restringe ed è facile essere accusati di ‘fiancheggiamento’: basta dissentire dalla linea dominante nel sindacato e nella sinistra.

In questa situazione, la scia sanguinosa incide particolarmente alla Fiat che ha una ventina di quadri e dirigenti presi nel mirino. La Fiat, nella lentezza di risultati della magistratura, in quel periodo, decide di fare un colpo di mano direttamente sugli operai, una rappresaglia concordata dai vertici e di cui viene dato preavviso al sindacato (vedi intervista di Pansa a Romiti, 1989). A ottobre sessantun nomi vengono messi sul tappeto, sotto l’accusa generica di non prestarsi diligentemente alla politica produttiva aziendale.

In realtà i giornali sparano titoli di fuoco sul terrorismo in fabbrica, riportano interviste ai capi; lo stesso sindacato torinese esce con un volantino che condanna il terrorismo e poi sotto sotto cerca di mettere le mani avanti per ‘salvare qualcosa’. I 61 da parte loro sentono puzza di bruciato in tutte le direzioni e cercano inizialmente di conoscersi tra loro; escono poi vari volantini di controinformazione e si susseguono assemblee in varie sedi della sinistra e della FLM.

Si fa largo una opinione di sinistra che chiede le prove, condizionando ad una verifica di merito il giudizio di solidarietà coi 61. A questo punto si precisa una spaccatura fra chi accetta di firmare una dichiarazione contro la violenza (richiesta dal sindacato per impugnare i licenziamenti in base all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori) ed una decina di dissidenti che formeranno un collegio alternativo di difesa.

Il pretore del lavoro convalida la richiesta sindacale e obbliga la Fiat a riassumere i licenziati senza motivo...

La Fiat si adegua, ritira i licenziamenti e immediatamente li riconferma motivandoli questa volta in modo approfondito ed individuale.

Intanto scioperi, collette, manifestazioni di solidarietà, con esito vario ed adesioni limitate, non permettono comunque di invertire la tendenza alla frammentazione.

Dopo un’ulteriore causa di alcune decine per diffamazione (si era parlato di terrorismo) che viene concordata e dà un indennizzo di due milioni, ci saranno solo più cause individuali. La maggior parte concorderà varie decine di milioni di risarcimento, pochissimi vincono ma non rientrano in Fiat, altri nemmeno ricorrono (come nel mio caso).

alcune riflessioni

 

* Fatto interessante è intanto l’arresto delle azioni armate contro la Fiat entro l’anno 1979, segno, comunque, di un cambiamento di strategia e sintomo della crisi incalzante della lotta armata.

Se esisteva una volontà di questa di ‘sbloccare verso destra’ la situazione politica nel paese (in modo da chiarire al proletariato l’impraticabilità della via ‘legale’ ad una modifica del sistema), il risultato era ancora lontano dall’essere raggiunto. Il padrone in fabbrica comunque utilizza tutto nel suo interesse. Infatti l’azione della Fiat prosegue minacciando l’anno successivo 14.000 licenziamenti. 35 giorni di blocco dei cancelli ottengono un mediocre risultato di compromesso: 24.000 in cassa integrazione (gli ultimi superstiti rientreranno nell’87). Qualcuno aggiunge che quella lotta non poteva servire perché gestita da un sindacato saldamente controllato dai padroni - e almeno nella meccanica della votazione finale è dimostrabile la volontà dei vertici di chiudere comunque. Quella che viene definita la tappa decisiva nella grande fabbrica della “sconfitta operaia” era stata sancita a livello di massa con il ‘referendum’ della marcia dei 20.000 capi, quadri, impiegati... (definiti i ‘ 40mila’).

 

* Chi mette in evidenza questo passaggio, sovente non ammette quanto a lungo fosse stato preparato nell’opinione pubblica, nei quadri e con adeguati investimenti che cambiavano progressivamente faccia all’officina.

Questi cambiamenti erano stati sovente ‘sollecitati’ dalla sinistra ‘riformista’ che aspettava di poter accedere al comando tecnico della fabbrica, dopo aver ricevuto la delega nelle amministrazioni locali.

 

* Il nuovo operaio che sarebbe venuto fuori dalla ristrutturazione, sedato, ricattato e in parte rimotivato coi ‘circoli di qualità’ e nuove mansioni, stava meglio dentro la visione parziale del sindacato che da anni si batteva sul recupero e la valorizzazione della ‘professionalità’.

 

* Intanto ora per i frammenti dell’operaio massa c’erano gli abissi della cassa integrazione. Qui sindacato e sinistra hanno di nuovo marcato il passo non riuscendo a contrattare ed imporre nemmeno nella pubblica opinione una versione diversa da quella dell’assistenza.

Centinaia di migliaia i cassaintegrati, delle più varie aziende sono stati abbandonati alle sorti più strane e drammatiche.

Una propria autonomia di iniziativa sull’occupazione sinistra e sindacato non riuscivano ad averla.

 

* Altra battaglia persa per strada fu quella sul collocamento: dopo le assunzioni degli ultimi anni Settanta che avevano portato in fabbrica strati giovanili non selezionati come nel passato, si fece come rappresaglia il blocco delle assunzioni. Revocato, fu poi trasformato nel ripristino legale delle assunzioni nominative (utilizzando il seguito il contratto formazione lavoro e simili).

Nel ‘79 un dirigente torinese del PCI parlò di ‘raschiatura del fondo del barile’, come se il lavoro nella grande fabbrica non fosse nemmeno più per la sinistra un diritto bensì un premio da dare ai migliori. In questo modo il barile della forza lavoro era meglio fosse tenuto sempre mezzo pieno di disoccupati.

 

* La preoccupazione sul carattere più o meno dannoso e sullo spreco legato al modo di produzione capitalista (prima che dei verdi, argomento ‘storico’ comunista) non ha fatto molta strada fra i produttori, al massimo era opera di qualche osservatore esterno. Tocca infatti ai verdi nel ‘90 infastidire gli azionisti... In-tanto si parla di ‘qualità totale’...per rendere più micidiale e redditizia la merce Fiat. Produrre e consumare auto, nel nostro caso, è ancora un affare e una ‘moda’ (imposta), anche per l’o-peraio medio che paga una tangente del 20% del salario all’in-dustria automobilistica/petrolifera che gli fornisce quella che, più che un mezzo di trasporto individuale, si rivela un’arma più potente della droga.

Da quando la CGIL appoggiò il piano per l’automobile popolare – anni ’50 – la Fiat è diventata multinazionale e il sindacato ... è sceso al 20% nelle adesioni operaie.

E non si parli di politica energetica e prezzi del petrolio che nel polverone la linea vincente è sempre quella di pagare poco le materie prime e fregarsene dei consumi energetici (e delle guerre del petrolio).

per concludere

 

* Nella luce di questi problemi, molti comportamenti operai ribelli possono essere ridimensionati (e a maggior ragione tanti comportamenti ‘rivoluzionari’ che giustificavano espropri sulla base di bisogni crescenti, scaricando su terzi il compito di produrre e subire il torchio padronale). Tante cose han pesato nell’accelerare i tempi della ristrutturazione, oltre la lotta interna agli stabilimenti, la svolta della crisi del ‘73, le innovazioni tecnologiche della concorrenza estera, l’attività prolungata della lotta armata e le nuove ideologie produttive (poi sarebbero arrivata la saturazione dei mercati e nuove strategie aziendali su scala mondiale).

 

* Gli operai della grande fabbrica, che pur si continuava a dire fossero alla guida del proletariato italiano, avevano comunque molti retaggi, illusioni e ritardi che li frenavano. Nel monte merci illusoriamente aumentato – mentre i salari stagnavano – e nella insufficiente alleanza coi lavoratori della piccola industria e con i disoccupati in continua crescita (per guardare a una parte di chi sta peggio) ci sono pezzi della catena materiale che li (ci) lega alla borghesia.

La catena ideologica era ed è ancor più forte per i tanti vicoli ciechi in cui la carente – o complice, dice qualcuno – politica della sinistra ha condotto e abbandonato tante volte la classe operaia.

piero baral  (***)



G. Bocca - Mamma padrona

(***)

PIERO BARAL 

Nato nel 1947, vive a Pomaretto, in Val Germanasca.

Ha lavorato come operaio in Indesit, Fiat e in piccole aziende (accumulando due licenziamenti politici), poi in Luzenac Val Chisone (miniera e laboratorio chimico)..

Fa parte, dal 1995, dell’Associazione lavoratori pinerolesi – ALP-CUB, in cui si occupa dell'informazione.

Dall'Ottobre 2002 è in pensione.

Ha curato e pubblicato le raccolte di saggi e testi:

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE... e

DIARIO DI ADA.

Non si ritiene, tuttavia, uno scrittore poiché utilizza scritti apparsi su bollettini operai, riordinati e arricchiti da altri testi.

Per trent’anni ha sperimentato varie forme di informazione operaia di base – sindacale e politica

giornalini

 

Recensioni

Recensione su ‘L’eco del Chisone’:

 

“E’ difficile spiegarti, ma sappi che per me il cammino

 era più lungo che per voi e passava da altre parti”. Mario Luzi

 

Sugli anni Settanta non si possono pretendere libri rassicuranti. E’ già tanto se si oltrepassa la pianura pigra della grande rimozione. Ma se rifiutano di arruolarsi nell’esercito trionfante e dopato dei vincitori, gli sconfitti non possono che attendersi discese ardite e risalite, impervi scollinamenti del pensiero, lene affannate, solitari colpi di tosse, pedalate scomposte e sputi per terra.

Pur di non partecipare col suo silenzio alla grande rimozione, Piero Baral è di quelli che hanno preferito scegliere la salita, i nervi scoperti in privato, il ridicolo spettacolo della propria debolezza in pubblico, talvolta persino confessata con lo spirito isolato e profetico della provocazione giullaresca. E ora questo libro inquieto e inquietante.

“Un assemblaggio” - è stato detto - che ancora interroga, invece di somministrare le solite risposte, gli stereotipi collaudati dal linguaggio degli schieramenti sempre in lotta a tutela di identità intangibili e troppo poco sulla strada della ricerca a costo di perigliose sperimentazioni e umili contaminazioni.

Leggero e pacificamente dispettoso, il libro ci costringe a tornare sui tempi e sugli spazi di quel decennio che nel 1979 annunciava la propria conclusione con il licenziamento di 61 operai accusati di girare dalle parti della violenza e del terrorismo. Un anno dopo, con la spettacolare evidenza delle battaglie campali, la Fiat espulse con la cassa integrazione a zero ore 23 mila operai. Non ci fu verso di convincerla, neppure 35 giorni di presidi. L’Avvocato e Cesare Romiti vollero ripristinare con le buone o con le cattive le loro regole del gioco. Nel movimento sindacale furono battuti in un colpo solo i moderati e i radicali, gli antagonisti e i collaborativi, i conflittuali e i contrattualisti. Ma come investì quella vittoria l’azienda? Azzerato il conflitto operaio, Corso Marconi spense la luce che muoveva l’innovazione tecnologica e l’umanizzazione del lavoro. Spalancò le porte all’intensificazione della prestazione lavorativa. Operò come convinta che l’industria più efficiente e competitiva fosse quella dove gli operai stanno peggio. Illuse i contrattualisti che, finalmente liberi dal peso giurassico della lotta ad oltranza, si erano lanciati verso i territori della qualità e del sindacalismo partecipativo. Ma presto li deluse e li beffò quando le magnifiche sorti e progressive dell’automobile sono state travolte dal flutto indurato di altre ondate di licenziamenti. E or tutto intorno una ruina involve: Mirafiori sarà una grande area commerciale o una grande discarica? L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Il chirurgo è lì che studia come assistere i dolenti nella lenta eutanasia. Sergio Chiamparino, Mercedes Bresso e Enzo Ghigo sembrano tranquilli. Ormai è remoto il rischio che il crepuscolo della centralità industriale possa colorare il cielo con i bagliori rossastri e sinistri della rivolta operaia e metropolitana.

Un altro Piero (Fassino) ci spiega per passione che quell’epilogo era inesorabile. Come dargli torto? D’altra parte, le ristrutturazioni tecnologiche hanno desertificato i reparti e svuotato di diritti i movimenti sindacali nelle industrie automobilistiche di tutto il mondo. Ma a Torino c’era un’aggravante (o un’attenuante?). Spalleggiate da una parte della Cgil e dall’intero gruppo dirigente della Flm piemontese, le avanguardie tanto più isolate quanto più radicalizzate non vollero capire che quell’accordo era “un ragionevole compromesso” data la “strutturalità della crisi Fiat”. Essa non poteva essere esorcizzata come una manovra per normalizzare un sindacato ritenuto inaccettabile solo perché democratico, consiliare ed egualitario. Le cose andarono male perché gli operai non capivano, impigliati com’erano nelle spire del massimalismo o accecati dal primitivismo che alimentava sempre nuove teorie del complotto. Avvolto nel suo impermeabile bianco alla porta 9 di Rivalta, Piero Fassino questo pensava guardando i pacchi di volantini del Pci che nessuno volle distribuire perché parlavano di accordo vantaggioso per gli operai. Io capivo il dramma di Fassino e lo dico senza ironia: lui aveva scritto che l’accordo andava bene, ma lui era il primo a stare male.

Gli avversari di Fassino – gli allievi del sindacalismo conflittuale, per i quali la crisi era “congiunturale” e “politica” – oscillavano ieri ed oscillano oggi. In quegli anni attribuivano al sindacato un cedimento dopo l’altro. Quei “contratti-bidone”, nel pensiero di molti, sono diventati oggi le conquiste che il movimento sindacale – spesso disinvoltamente presentato come un’abusiva presenza burocratica – ha restituito concertando con la controparte la propria resa di fronte agli imperativi sistemici della competitività e delle compatibilità.

Contrattualisti e antagonisti fanno curiosamente risalire all’egemonia degli altri le responsabilità della scomposta ritirata e del declino che colpisce tutti i poteri del movimento sindacale. Due posizioni speculari. Piero Baral, che stava con gli antagonisti, sfugge alla tenaglia degli stereotipi, ma non sfugge al dubbio tragico delle dolorose riflessioni e dei disincantati bilanci. Non riconosce carattere strategicamente antagonistico a comportamenti operai ribelli che “giustificavano espropri sulla base di bisogni crescenti scaricando su terzi il compito di produrre e subire il torchio padronale”. Diffida di una mai incrinata civiltà dell’auto che vuole “pagare poco le materie prime, fregarsene dei consumi energetici e delle guerre del petrolio” mentre il barile della forza lavoro “è tenuto mezzo pieno di disoccupati e di precari” e mentre il lavoro stesso sta diventando non un diritto, ma un privilegio che ricostituisce omaggi a odiose gerarchie clientelari.

Il libro di Piero ci consegna un’altra domanda. Da dove viene la repressione? E’ proprio vero che i 61 sono stati espulsi perché la loro eresia rappresentava una minaccia per l’ordine produttivo, una malattia contagiosa di coerenza e di coraggio esemplare che andava tolta di mezzo per navigare tutti meglio in un mare di compromessi, di svendite e di molecolare asservimento al punto di vista avversario? Per decenni ci siamo baloccati con la consolazione di questo stigma che ci emarginava e perciò ci distingueva conferendoci un’identità capace di connetterci simbolicamente con la leggenda suggestiva degli anni duri. Da tempo io penso che dobbiamo liberarci di queste consolazioni inefficaci e finte. I 61 furono colpiti perché i loro – e nostri -  linguaggi barricaderi, militareschi e incendiari erano detestati dalla maggioranza degli operai. Ci avevano isolato proprio nel momento in cui le conquiste di potere sindacale e di controllo operaio della produzione avevano raggiunto il loro tetto. Mentre si moltiplicavano le differenze tra di noi, pensavamo di proteggere l’uguaglianza arroccandoci ringhiosamente a difesa dei posti e delle posizioni acquisite. Ci eravamo cacciati in un cul di sacco. Quei linguaggi erano incapaci di farci dialogare con i tanti soggetti smarriti che popolavano i reparti e che noi escludevamo con il nostro stalinismo all’acqua di rosa solo perché essi rifiutavano, con la loro moderazione, di concepire la loro vita in fabbrica come una lotta continua. Le gerarchie aziendali videro che quella nostra intransigenza era la maschera della nostra disperazione e del nostro isolamento. Utilizzarono il consenso silenzioso degli altri per colpire noi. Poi colpirono tutti gli altri e non ebbero più bisogno di mirare.

Radicalità o moderazione? Antagonismo o collaborazione? Forse sbaglio, ma i lavoratori sanno costruire e usare tanto i sindacati collaborativi quanto quelli conflittuali. Sanno scegliere e decidere. Sanno se e quando sfidare le vendette del sistema. A volte sono sempre gli stessi nel tempo. Davvero vogliamo gingillarci con la categoria dogmatica e parareligiosa della mutazione genetica quando osserviamo comportamenti che sconcertano o smentiscono le nostre ipotesi di scuola?

Delle nostre sconfitte non ci dobbiamo vergognare. Da esse io ho imparato che tra ciò che è giusto e ciò che è coerente, bisogna scegliere quello che sembra giusto. E lasciare perdere le identità smisurate e le verità distillate. Il domani, cioè quell’uguaglianza che si avvicina quando il bisogno di emancipazione incontra la scoperta dell’istruzione e della riflessione, non si conquista con un pugno sul tavolo, con un atto di volontà o con un gesto esemplare di rottura, ma solo con il tempo, dal basso e con gli altri.

 

P. BARAL, Niente di nuovo sotto il sole. I 61 licenziati Fiat preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Prefazione di Diego Giachetti, Ponsimor Edizioni, Torino 2003, pag.169, euro 15.

 

Mario Dellacqua

(Da L'Eco del Chisone)

www.ecodelchisone.it

 

 


Niente di nuovo sotto il sole…

carta.org

Donato Antoniello

Piero Baral
Niente di nuovo sotto il sole…
i 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile
prefazione di Diego Giochetti,
[Edizioni PonSinMor, Torino 2003 Euro 15,00]

Il 9 ottobre 1979 le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat la lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti e contestava “…un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede e nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro”.
“Niente di nuovo sotto il sole…”, avevamo già assistito negli anni ’50 a questi atteggiamenti della Fiat nei confronti di una classe operaia sicuramente diversa da quella degli anni ’70, ma ugualmente conflittuale nella “Feroce” di sempre, così come gli operai indicavano gli stabilimenti Fiat.
E “Niente di nuovo sotto il sole” è il titolo del libro di Piero Baral, che è uno dei 61 licenziati e racconta quei licenziamenti indicandoli come la prima fase dell’attacco della Fiat in preparazione dell’autunno ’80 e la sconfitta dei 35 giorni e, insieme, preparano le fortune (?) dell’automobile.
Si era, racconta Piero, a sei anni di distanza dalla crisi del petrolio del ’73 che aveva avviato una decisa fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica… Da parte della Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e “lungo” periodo… coi suoi operai, non certo con la crisi di sovrapproduzione su scala mondiale.
Una delle forme di lotta consisteva, in quel tempo, nella pratica della autoriduzione della produzione “… e tutto questo nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono – sostiene Baral – a far ricompattare a destra tutto il possibile”.
La scelta della Fiat di espellere i 61 era stata preparata da tempo e, come ricorda Romiti, “… prima di dare il via a quel provvedimento, avvertimmo i capi dei sindacati”, cioè i tre segretari nazionali, Lama, Carniti e Benvenuto.
Prima della consegna delle lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti – ci riferisce il compianto Raffaello Renzacci da “Cento… e uno anni di Fiat”, i responsabili del personale convocarono membri degli esecutivi dei CdF. Il risultato di questo confronto aveva portato ad un ridimensionamento dei licenziamenti che inizialmente avrebbe dovuto essere circa 200. Questo obiettivo, e molto di più, la Fiat lo realizzerà di lì a breve.
Anche i giornali, in quel periodo, fecero il loro bravo dovere di cronaca e informazione con una campagna di criminalizzazione del clima di fabbrica che tendeva a mettere in relazione i 61 licenziamenti con il terrorismo.
Fu un periodo davvero cruciale che Baral analizza e descrive facendo parlare volantini, opuscoli e bollettini interni di fabbrica. A Marco Revelli, con il libro “Lavorare in Fiat” affida il compito di descrivere la nuova classe operaia così come si era venuta determinando in quegli anni. Baral ospita anche interventi di Loris Campetti de Il Manifesto, di Franco Milanesi e di Claudio Sabattini.
L’ultima parte del libro, di cui consiglio vivamente la lettura, è a mio giudizio la più interessante perché dà voce alle “Varie schegge biografiche” in cui si lascia la parola ad alcuni dei 61 licenziati, a Enzo Caiazza che nei giorni in cui arrivano le lettere dei 61 incontra Igor Staglianò e, dopo aver discusso con lui, stampa un volantino con il titolo “Siamo tutti licenziabili” per far capire che il vento era mutato, che nubi fosche si addensavano su tutti. Dopo pochi mesi, nell’ottobre ’80, Torino registra la sconfitta dei 35 giorni e la marcia dei 20.000 (poi detta dei 40.000) capeggiati dal cavalier Arisio.
C’è, tra le “schegge”, la storia di Angelo Caforio che continua a combattere anche dopo il licenziamento e che, oggi, dopo un ininterrotto impegno sindacale “… cerca di dedicare il maggior tempo possibile ai suoi bambini e alla sua compagna”.
E poi Pino, che ritiene necessario ora arrivare ad una nuova Internazionale Comunista su basi certamente nuove.
C’è Ines Arciuolo che va a lavorare in fabbrica per scelta. Lavora prima in una piccola officina ma poi, in Fiat dice: “…Per me entrare in Fiat era come passare dalla scuola superiore all’università”. Dopo il licenziamento lavora per cinque anni in Nicaragua (un posto allora a cui facevano riferimento alcuni dei 61). Ritorna a Torino nell’88 e nel 1993 inizia a lavorare per una cooperativa come educatrice in una comunità psichiatrica. Qui finisce “mobizzata” in seguito ad alcune sue contestazioni sulla gestione e sui “compagni” e allora “… al bisogno di bello che sentivo nella fase più acuta di quell’infame situazione di mobizzata, per controbilanciare il brutto che mi circondava, mi iscrissi al Primo Liceo artistico e nel ’99 mi diplomai”.
E poi i ricordi di Rossi Licio, Pasquale Salerno e…infine la singolare storia di Piero Baral al quale va riconosciuto il merito di aver ripreso un pezzo di storia dimenticata, esautorata dalle vicende e dalle note conseguenze dei 35 gironi dell’80.
L’argomento sollevato dal libro di Baral è “storico” nel senso pieno del termine, afferma nella prefazione Diego Giochetti, rappresenta uno snodo di una vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano che si è conclusa.
Oggi Torino tende a dimenticare queste storie ma una parte di essa vive ancora quei licenziamenti con sensi di colpa che puntualmente riaffiorano e creano lacerazioni e sofferenze profonde come quelle che ha provocato ai 61.
Ancora oggi qualcuno di loro si chiede: “Ma perché proprio io?”.


 

su cassandrarivista.it

Piero Baral, Niente di nuovo sotto il sole… I 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Prefazione di Diego Giachetti, Edizioni PonSinMor, Torino 2003, Euro 15,00,

Il 9 ottobre 1979, a Torino, le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat una lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti e contestava "…un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede" e "nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro".

Torino aveva già assistito negli anni ’50 a questi atteggiamenti della Fiat nei confronti di una classe operaia sicuramente diversa da quella degli anni ’70, ma ugualmente conflittuale nella "Feroce" di sempre (così gli operai indicavano la Fiat).

Niente di nuovo sotto il sole è il titolo del libro di Baral, che fu un operaio FIAT per tre anni nello stabilimento di Rivalta, dal 1976 al 1979, anno in cui fu licenziato assieme ad altri suoi compagni di lavoro di allora e che racconta quei licenziamenti indicandoli come la prima fase dell’attacco che la FIAT stava preparando in vista dell’autunno ’80 e della sconfitta - dopo 35 giorni di lotta che, insieme, prepararono le fortune (brevi, come sappiamo con il senno di poi) dell’industria automobilistica torinese.

"Si era - racconta Piero - a sei anni di distanza dalla crisi del petrolio del ’73 che aveva avviato una decisa fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica… Da parte della Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e ‘lungo’ periodo".

Una delle forme di lotta consisteva, in quel tempo, nella pratica dell’autoriduzione della produzione "…e tutto questo nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono – sostiene Baral – a far ricompattare a destra tutto il possibile".

La scelta della Fiat di espellere i 61 era stata preparata da tempo e, come ricorda Cesare Romiti (allora amministratore delegato dell’azienda) "prima di dare il via a quel provvedimento, avvertimmo i capi dei sindacati", cioè i tre segretari nazionali di CGIL, CISL e UIL, cioé Lama, Carniti e Benvenuto.

Prima della consegna delle lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti i responsabili del personale convocarono i membri degli esecutivi dei Consigli di Fabbrica. Il risultato di questo confronto aveva portato ad un ridimensionamento dei licenziamenti che - inizialmente - avrebbero dovuto essere circa 200. Questo obiettivo la Fiat lo realizzerà di lì a breve.

Anche i giornali, in quel periodo, fecero "il loro dovere" con una campagna di criminalizzazione del clima in fabbrica che tendeva a mettere in relazione i 61 licenziamenti con il terrorismo.

È un periodo davvero cruciale quello che Baral analizza e descrive "facendo parlare" volantini, opuscoli e bollettini interni di fabbrica. L’A. utilizza anche i lavori di Marco Revelli (Lavorare in Fiat), per descrivere la composizione della classe operaia di quegli anni ed ospita gli interventi di Loris Campetti de il manifesto, di Franco Milanesi e di Claudio Sabattini.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre ’80, Torino registra la sconfitta dei 35 giorni di lotta degli operai FIAT che si chiude con la marcia dei 20.000 "capetti" (detta poi "dei 40.000" nella mitologia padronale) capeggiati dal cavalier Arisio.

L’ultima parte del libro ospita "varie schegge biografiche" in cui lascia la parola ad alcuni dei 61 licenziati. A Piero Baral va riconosciuto il merito di aver ripreso un pezzo di storia dimenticata, "superata" dalle vicende e dalle conseguenze di lungo termine di quella storica sconfitta operaia del 1980.

Come giustamente sostiene Diego Giachetti nella sua introduzione, che in poche pagine riesce a descrivere efficacemente l’epoca, il contesto e il comportamento dei protagonisti, l’argomento del libro di Baral è "storico" nel senso pieno del termine, in quanto rappresenta un momento importante della vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano conclusasi, appunto, negli anni ’80. Oggi Torino ha dimenticato questa storia, ma una parte di essa la vive con sensi di colpa che puntualmente riaffiorano e creano lacerazioni e sofferenze profonde come quelle che ha provocato ai sessantuno.

Donato Antoniello

 

 


Niente di nuovo sotto il sole...

Sottotitolo:I 61 licenziati FIAT preparano l'autunno '80 e le fortune (?) dell'automobile

Autore:piero baral

Casa Editrice:Edizioni Pon Sin Mor

 

 Fa piacere percorre le strade dei ricordi. Fa incazzare continuare a vedere gli atteggiamenti, le miserie e le nostre scelte che ci hanno aiutato a perdere. Fa sperare che l'essenza delle cose (vita, lotta, amicizia, amore, ....) venga colta. Dalla premessa: "....L'elemento con numero atomico 61 è il Promezio della serie dei Lantanidi, definiti "sconosciuti" e "radioattivi". Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perchè rubò il fuoco per restituirlo agli uomini...." € 15.

[Rif. 11] Segnalato in data: 20 Gennaio 2004 da: caruso.gianni@libero.it   

Scheda libro:

http://www.lacaverna.it/public/libri/libri_read.php


I cicli della vita di fabbrica nel libro di Piero Baral

La nostra speranza è la storia

Niente di nuovo sotto il sole,

s’intitola il libro di Piero Baral, dedicato ai 61 licenziati della Fiat nel 1979*. Il titolo allude molto chiaramente al libro dell’Ecclesiaste (Qoelet), lo scritto da annoverare tra le più affascinati e dibattute meditazioni sulla storia umana. Il libro Niente di nuovo sotto il sole affascina pure non poco. Non è il fascino che esercita un romanzo ben costruito o una poesia ricolma di emozioni. Il suo carisma sta prima di tutto nella narrazione di un percorso collettivo, fatto di esperienze particolarmente forti, al quale il nostro autore ha partecipato in prima persona. Nella premessa al volume, Baral trova un nesso casuale tra il numero 61” e la tavola di Mendelejev, in cui “L’elemento con numero atomico 61 è il Promezio (…). Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perché rubo il fuoco per restituirlo agli uomini”. A questo riferimento chimico - mitologico segue la precisazione: “Non c’era Prometeo fra i 61, semmai esemplari variegati di operaie e operai che non potevano più essere tollerati dalla nuova organizzazione che si era data la Fiat”. Mettendo da parte i riferimenti chimici e mitologici, penso di poter fare in ogni caso una considerazione teorica sul libro di Baral. Dal punto di vista biblico la storia umana è lineare; gli eventi quindi non si ripetono ciclicamente, al contrario di tutto ciò che accade nella natura e nella mitologia. Lo storico ma anche l’esegeta sanno però che la grande narrazione è, in sostanza, una serie di storie minuscole, talvolta presentate in maniera parziale. Piero Baral riporta dunque alla luce un minuscolo studio del passato che fa parte della grande Storia, le cui conclusioni neanche adesso sono definitive. Il fascino del libro è legato anche alla sua forma. Il volume contiene una notevole quantità di documenti dell’epoca difficilmente reperibili. L’affermazione vale soprattutto per volantini e bollettini interni del 1979, trascritti fedelmente dall’Autore. Numerose vignette satiriche danno al volume un tocco di leggerezza. Completano il lavoro le “varie schegge biografiche”, come le chiama Baral stesso, riservandosi la scheggia più voluminosa. Leggendo il volume, è difficile trattenere la commozione davanti a un singolare e, al tempo stesso, tipico intreccio tra storia individuale e quella collettiva. *P. BARAL, Niente di nuovo sotto il sole. I 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Edizioni PonSin Mor, Torino 2003, pp. 169. 

 

Pavel G.

su Riforma il 2 gennaio 2004

 

 

Sebastiano

 l'operaio

 il terrone da catena

 licenziato stamattina 

e stasera alla fontana.

 Accusato di violenza contro i capi,

 terrorista,

 perché oggi chi picchetta

 quanto meno è brigatista.

 Viva la FIAT.

 Licenziato con sessanta 

che con lui

 fa sessantuno 

tutti quanti terroristi

 mentre il terrorista è uno.

 Terrorista è chi ci nega

 il diritto alla ragione

 alla lotta per la vita

 contro la disperazione. 

Viva la FIAT. 

Controllare le assunzioni

 poi schedare il personale,

 concordare pseudo-lotte

 e alla fine licenziare.

 Incastrare il sindacato,

 ingolfare la sinistra 

è il progetto dichiarato

 del padrone terrorista.

 Viva la FIAT. 

Col sorriso doppiopetto 

il fumeè-democrazia 

la mattina ci licenzia 

e poi svelto corre via.

 Lo ritrovi in Quirinale 

"Anche questa è una scelta",

 per mostrare al presidente

 la sua nuova Lancia Delta 

una Lancia per lo stato

 nato dalla Resistenza

 o per la Costituzione, 

certo contro la violenza

 di sessanta Sebastiano,

 il terrone terrorista,

 perché oggi chi picchetta

 quanto meno è brigatista,

 liquidato con sessanta, 

che con lui fa sessantuno,

 tutti quanti terrorist

i mentre il terrorista e uno. 

Viva la FIAT

 

Ivan della Mea